Il crollo del Rana Plaza il 24 aprile 2013, che causo’ la morte di 1200 persone che lavoravano in Bangladesh in laboratori di produzione di marchi internazionali, tra i quali anche marchi francesi di lusso, ha messo in luce come alcune attività economiche, deregolamentate possano determinare gravi drammi umani e ambientali.

Questa catastrofe non solo ha rivelato l’estrema frammentazione della catena di produzione mondiale, ma ha anche mostrato l’entità delle ingiustizie socioeconomiche che colpiscono duramente i lavoratori precari.

L’incidente al Rana Plaza ha suscitato viva emozione nella società civile francese. Diverse associazioni cittadine per i diritti umani e lo sviluppo sostenibile, ecologisti, accademici, il mondo sindacale e un certo numero di politici indipendenti hanno deciso di unire le forze per concepire e far adottare la legge sul dovere di vigilanza.

Questa legge costituisce una tappa importante in una storia che – come ha ben sottolineato Olivier Petitjean nel suo libro[1] – é iniziata negli anni ’70; data in cui la regolamentazione delle imprese multinazionali emerge, nel quadro del diritto internazionale, come questione politica. Molti sono coloro che hanno cercato, per anni, di utilizzare il diritto – come veicolo di contestazione e mobilitazione – per mettere i dirigenti delle grandi imprese di fronte alle loro responsabilità in materia di diritti umani e di protezione dell’ambiente.

Ma l’accesso alla giustizia per le vittime desiderose di far valere i loro diritti è sempre stato molto complicato. Infatti, le azioni giudiziarie contro le multinazionali si sono contate a lungo sulle dita della mano, perché è sempre stato molto difficile, delicato e complesso riuscire a determinare la responsabilità delle grandi imprese.

I procedimenti giudiziari si sono rivelati estremamente lunghi e raramente hanno portato a soluzioni soddisfacenti per le vittime, che non hanno mai potuto avvalersi di strumenti giuridici internazionali vincolanti.

La questione del dovere di vigilanza delle multinazionali è diventata, di recente, una priorità anche per l’Unione europea: la Commissione europea ha presentato al Parlamento e al Consiglio, il 22 febbraio 2022, una proposta di direttiva sul dovere di vigilanza delle imprese in materia di sostenibilità, che modifica la direttiva 2019/1937/UE.

La Francia all’avanguardia nella lotta contro l’impunità delle multinazionali

In un mondo globalizzato in cui il potere delle multinazionali – dominate dalla logica dei profitti a breve termine – è ormai una realtà, la necessità di uno strumento vincolante ed efficace per regolamentare le attività di questi attori economici non è solo evidente, è essenziale.

La Francia ha così deciso di essere un pioniere in questo settore e al termine di un laborioso iter legislativo – fatto di andirivieni testo in discussione tra le due assemblee del Parlamento – ha adottato il 27 marzo 2017, la legge sul dovere di vigilanza delle società madri e delle imprese committenti (legge n. 2017-399 del 27 marzo 2017).

La legge sul dovere di vigilanza si ispira in parte ai Principi guida delle Nazioni Unite relativi alle imprese e ai diritti dell’uomo (UNGP) e costituisce una tappa importante nella prevenzione delle gravi violazioni dei diritti umani e dell’ambiente.

Il testo della legge si compone di tre articoli e ha portato all’inserimento di due nuove disposizioni nel codice di commercio (si tratta più precisamente degli articoli L.225-102-4 e L.225-102-5 del codice di commercio).

  • Il primo articolo stabilisce l’ambito di applicazione, i nuovi obblighi per le imprese interessate e definisce gli elementi essenziali del piano di vigilanza che le imprese devono adottare e attuare efficacemente.
  • Il secondo articolo precisa le condizioni ricorrendo le quali la giustizia può essere adita per trattare le domande di risarcimento in caso di danni
  • Il terzo articolo definisce il calendario di applicazione della nuova legge.

La legge impone un obbligo di trasparenza, attraverso la definizione e l’attuazione di un Piano di vigilanza, che si inserisce nella continuità del reporting extra-finanziario (DPEF) e della RSI. Ma la sua ambizione va ben oltre un semplice obiettivo di trasparenza. D’ora in poi, le grandi imprese non sono ritenute responsabili solo di ciò che dicono, ma anche di ciò che effettivamente fanno.

Le imprese interessate dalla legge

Gli obblighi previsti dalla legge sul dovere di vigilanza si applicano a tutte le imprese stabilite in Francia che impiegano, direttamente o tramite le loro filiali, 5.000 dipendenti sul territorio francese e 10.000 dipendenti all’estero.

Il campo di applicazione della legge è quindi molto ampio in quanto riguarda l’attività dell’impresa madre e di quelle che essa controlla – ai sensi dell’articolo II dell’articolo L.233-16 del codice commerciale – direttamente e indirettamente, nonché le attività dei sottogruppicontraenti o fornitori con i quali è instaurato una relazione commerciale.

Il piano di vigilanza

La legge introduce una obbligazione di vigilanza che impone alle imprese assoggettate di définire ed attuare,  in modo efficace, un Piano di vigilanza contenente «le misure di vigilanza ragionevole atte a identificare i rischi e a prevenire le gravi violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali, della salute e della sicurezza delle persone e dell’ambiente» connesse alle attività della società e delle imprese sulle quali essa esercita un controllo.

La legge ricorda che il Piano di vigilanza «è destinato ad essere elaborato in collaborazione con le parti interessate della società, eventualmente nel quadro di iniziative pluripartitiche all’interno di filiere o su scala territoriale».

Il piano di vigilanza comprende le cinque misure seguenti:

  • Mappatura dei rischi per identificare i rischi gravi di violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali, della salute e della sicurezza e dell’ambiente
  • Procedure per la valutazione periodica della situazione delle controllate, dei subappaltatori o dei fornitori con cui è in corso una relazione commerciale consolidata, con riferimento alla mappatura dei rischi
  • Azioni adeguate di attenuazione dei rischi o di prevenzione dei danni gravi
  • Un meccanismo di allarme e di raccolta delle segnalazioni relative all’esistenza o alla realizzazione dei rischi, che deve essere definito in collaborazione con le organizzazioni sindacali rappresentative dei lavoratori della società
  • Un dispositivo di monitoraggio delle misure adottate e di valutazione della loro efficacia

La legge precisa che il Piano di vigilanza e il resoconto della sua effettiva attuazione devono essere resi pubblici e inclusi nella rapporto annuale di gestione dell’impresa. Essa instaura un meccanismo di messa in mora che impone all’impresa di rispettare tale obbligo.

Trascorso un termine di tre mesi dalla messa in mora e se l’impresa non si conforma ai suoi obblighi, coloro che dimostrano di avere un interesse ad agire – in particolare le associazioni e i sindacati dei lavoratori – possono adire il giudice competente per obbligare l’impresa a risarcire il danno causato, che invece l’esecuzione di tale obbligo avrebbe consentito di evitare.

Il giudice può, infine, ordinare la pubblicazione, la diffusione o l’affissione della sua decisione, a spese dell’impresa condannata.

L’Unione europea verso l’adozione di una direttiva sul dovere di vigilanza

La Francia con il suo esempio ha fatto da apri pista. Nel giro di pochi anni, altri paesi : Germania, Austria, Belgio, Finlandia, Norvegia, Lussemburgo e Paesi Bassi, si sono ispirate al testo francese e hanno adottato o sono in via di elaborare testi di legge simili.

L’attenzione verso questo tema di cosi’ grande attualità ha costretto il legislatore europeo ad intervenire per armonizzare il quadro normativo in materia di dovere di vigilanza in tutti gli Stati membri.

La Commissione europea ha presentato, il 23 febbraio 2022, una proposta di direttiva che, come la legge francese, prevede di obbligare le imprese madri a mettere in atto misure di prevenzione contro le violazioni dei diritti umani e dell’ambiente commesse dalle loro filiali, dai loro fornitori e dai loro subappaltatori, diretti e indiretti. In caso di inadempienza, la loro responsabilità puo’ essere invocata e di conseguenze potrebbero essere tenute a risarcire le persone colpite.

Il campo d’applicazione della proposta di direttiva europea comprende due gruppi di imprese:

  • Gruppo 1: aziende con oltre 500 dipendenti e con un fatturato netto di oltre 150 milioni di euro a livello globale.
  • Gruppo 2: le imprese con più di 250 dipendenti e con un fatturato netto di oltre 40 milioni di euro su scala mondiale, a condizione che tale fatturato sia stato realizzato nei seguenti settori: tessile, pesca, agricoltura, silvicoltura, estrazione di risorse minerarie (compresi gas naturale, carbone…) ecc. Per queste imprese, le norme inizieranno ad applicarsi due anni dopo rispetto alle imprese del Gruppo 1.

La Commissione aveva preso di mira circa 13.000 imprese europee e 4.000 di paesi terzi che operano nell’UE e che possono essere soggette al dovere di vigilanza.

Ma il testo è stato indebolito dal Consiglio dell’Unione, che ha votato, il 1º dicembre 2022, una posizione comune di negoziato che modifica i criteri delle imprese interessate, riduce il campo di applicazione del testo della Commissione e rende facoltativa l’inclusione del settore finanziario nel campo di applicazione dei requisiti di vigilanza.

Il compromesso raggiunto lascia insoddisfatti alcuni Stati membri. Il testo approvato è chiaramente insufficiente e, allo stato attuale, apporta solo misure marginali che, in definitiva, non cambieranno molto in materia di responsabilità delle multinazionali.

Ora il testo è ancora in discussione. Dovrà essere discusso nei prossimi mesi tra il Consiglio e il Parlamento prima di giungere alla sua versione definitiva.

gp@giovannellapolidoro.com